Fedeltà coniugale
Don Nicola e don Raffaele s’interessano agli argomenti di autentica attualità, parlando con acume e obiettività del matrimonio e della fedeltà coniugale, esprimendo inoltre le loro opinioni e i loro commenti.
Don Raffaele quale buon vento, stavo pensando proprio a voi, ho visto l’orologio e siccome è un pò tardi, ho immaginato che forse questa mattina nun ve facivene verè[1]. Fortuna che mi sono sbagliato, sono proprio contento di vedervi.
Don Nicolì vi ossequio e vi saluto, anch’io vi vedo con piacere sempre, come state, bene? Stammatina ho fatto ‘o poltrone a letto, ho dormito fino a tardi, e mia moglie ad un certo puntto mi ha cacciato via, m’ha sucutato in malo modo, mi ha detto: levet’ a lloc’ vattenne, ribusciat’[2], preparati, vestiti, vai a fare quattro chiacchiere con l’amico tuo, stammatin’ ‘o faje aspettà, ‘o faje allungà ‘o cuollo, ‘o faje sta in pensiero. E non sta bene, ossà. ‘On Nicolì se c’avete fatto caso, mi ha riempito la testa di tanti imperativi categorici, aggio mis’ ‘o colonnello, ‘a casa mia è diventata ‘o posto distaccato ‘e ‘nu reggimento dell’esercito. Che ci volete fare, avimma suppurtà per quieto vivere. Ci possiamo mettere a fà ‘na guerra ogni volta? E nun si camperebbe cchiù bbuon’. Quando si può si sopporta e se poi non si può, che succede? Faje ‘a separazione e hai risolto ‘o problema. Ma ne crei altri cento più gravi, a dire poco. Riflettete don Nicolì e convenite ch’è come dico io.
Don Rafè, siete uscito col piede fuori dal seminato parlando di separazione e non vi rispondo, ma ‘o fatto dò durmì vi dico che può capitare che si dorme meglio nelle prime ore del mattino, e così si prounga il sonno proprio di mattina facenn’ nu poco ‘e straordinario. Ad una certa età possiamo dormire nu poco di più, tanto il lavoro ormai non ci aspetta, sembra superfluo dirlo, ma dopo una vita di lavoro, un poco di riposo è necessario.
Certamente don Nicolì parlando del lavoro, tutto il resto che dicimm’ pure sembra superfluo, quante volte dicimm’ ‘e stesse cose e neppure ce n’accurimm’[3], diventiamo perfino noiosi.
Prendiamo ad esempio le conversazioni che intratteniamo con le rispettive consorzie, dopo anni di matrinonio né ma che dobbiamo dire? Parliamo dei figli, e chill’ ‘e figli sono sempre gli stessi, non cambiano e noi parlando dei figli ripe- tiamo gli stessi argomenti, me paren’ registrati ‘ncopp’ a nu disco. Tra moglie e ma- rito dopo anni di vita in comune qual’ sò ‘e domande: ha telefonato Peppuccio? ‘E figli ‘e Peppuccio stanno bene? Pecchè ieri ha fatto festa e nun è ghiut’[4] a faticà? Mariella poi ha portato la bambina dal pediatra, povera crea- tura soffriva tanto con il mal di gola. Moglie, mugliè oggi che mangiamo di buono? La regina delle minestre? Pasta e fagioli, la delizia delle mense intenditrici. Secondo i miei gusti non la cambierei con la pasta al forno, forse la mangierei per secondo ‘a pasta al forno. Per quanto riguarda ‘o pranzo e a cena, io mi rimetto alla clemente bontà di mia moglie, quello che lei decide, io vott’ a bordo senza fà storie. Nell’atto d’obbedienza inserisco perfino le carcioffole[5] che vanno bene comunque, e in tutte le varie ricette, che poi fanno pure bene perché contengono la cinarina. Che sarebbe ‘a cinarina? ‘Na vot’ ‘a maestra della scuola serale ce lo spiegò, aspettate ‘on Nicolì, vuje vi ricordate? ‘A cinarina è un polipofenolo derivato dall’acido caffeico presente nel carciofo. Don Nicò ricordatevi il cynar ch’è materia vostra. Alla scuola serale c’avimma j’[6] sempre, più la frequentiamo e più impariamo. Comm’è bello ‘a sapè tante cose. Dunque stavo dicendo che muglierem’[7] decide e io me teng’ ‘a posta[8] e in questo modo vado di comune accordo anche a tavola. Mia moglie fa la stessa cosa, m’accuntenta come può ogni volta e luvamm’ le occasioni d’inutili diver- bi. Ad ogni modo si tratta sempre di piccole sciocchezze, senza peso e danno, niente di serio. Sapete come la penso io, ‘on Nicò, i coniugi si devono voler bene e questo si sa, ma si devono anche sopportare l’un l’altro nei momenti di mare mosso e questa virtù è veramente ‘na grazia ‘e Dio. Così si va avanti, oggi, domani e poi dopodomani e poi mesi dopo mesi, anni dopo anni, senza mai farsi venire lo sfastirio[9], lo scocciamiento, come si suol dire. Nun se ponn’ caccia ‘e curtiell’ per ogni questione, sarebbe un inferno. E invece si evita, è buona regola tollerare. Al giorno d’oggi pare che si è capovolto il mondo della coniuazione, e ogni questione anche lieve porta alla separazione, “non ci amiamo più e allora è meglio separarsi”. In alcuni casi l’ammore ‘o fann’ rurà[10] si e no due o tre mesi, nun pò essere, qualcosa non funziona nei cervelli… vaje verenn’[11], ce sta già un altro colpo in canna ovvero un amore in panchina, pronto per la sostituzione. Altre separazioni avvengono per motivi privi d’importanza fonda- mentale, che posso citare “mio marito quando finisce di lavorare, invece di ritornare a casa, si trattiene un poco con gli amici a prendere un caffè e a fare quattro chiaccchiere, allora io mi voglio separare”.
Che serietà di comportamenti irresponsabili. Queste cose non le comprendo, piuttosto sembra che tante persone preferiscono vivere al di fuori delle regole sociali non tollerando le redini di un vivere civile e regolato da norme ben precise anche morali.
Lass’[12] tornimo a noi, quando si arriva a una certa età si diventa fratelli e sorelle, la moglie è quella cara e fedele compagna della vita che in gioventù, ti dava quello infuocamiento di passione che i sensi se ne jeven’[13] alle stelle. Ci stava quel l’abbondanza di sazietà spirituale e corporale che sulamente ‘o Si- gnore sa come nun te truvavi cu ‘na dozzina ‘e figli. Era una vita che brillava di sentimenti amorosi, ca nun vi saccio descrivere troppo bene ma saccio sultant’ ch’era ‘nu vero paraviso domestico. Ma noi sapevamo che non sempre erano rose e fiori, tuttavia in questi catarifrangenti[14] ci sapeven’ comportare da uomini seri e responsabili, senza vezzi e senza vizi, senza penzà alla separazione come l’elemento riparatore dei problemi coniugali.
At’ ca riparator’, a prescindere da qualsiasi motivazione, quann’ arriva la separa- zione aumentano i pasticci e pure ‘a miseria per quegli sventurati che la mettono in pratica. Non ci credete? Allora informatevi, le statiche dicono che in Italia sono le separazioni e i divorzi la terza causa di povertà per le famiglie. Una famiglia che campa, poniamo con mille euro al mese, dopo la se- parazione comm’ è costretta a vivere? Da miserabile, da povera ancora più povera. Chell’ ca più fa piangere ‘o core sono i figli, sbandati e maltrattati senza un faro di riferimento, una guida si- cura. Domina soltanto la miseria nera, l’egoismo, vince la contesa, tutti gli altri sentimenti sono perdenti. Si sente dire: ma io non potevo più vivere con quella donna, io nun putev’ campà cchiù con quell’uomo pecchè accussì, pecchè accullì… e giù una sfilza di motivazioni meschine, piccine se paragonate alla grandezza di un matrimonio sacramentale ma soprattutto di fronte a un giuramento sacro, sancito volontariamente davanti a Dio.
“Caro Padreterno mio bello, aggi pacienza[15], perdonami, ma io nun voglio cchiù avè a che fare cu sta famiglia e voglio crearmi un’altra vita”.
Non voglio giudicare don Nicò ma in coscienza devo dire una cosa alle coppie che si separano: siete convinti di acquistare finalmente la vostra libertà, ve sit’ scutuliat’[16] qualunque impegno familiare, invece siete solo le vittime di un inconcepibile e scrteriato equivoco: la debolezza del vostro spirito e della vostra car- me. Come si dice: contenti voi, contenti tutti, fanno però eccezione i poveri figi innocenti.
Don Rafè non dimentichiamoci la novità assoluta dell’ultima ora, la tassa sulle separazioni, che bella invenzione chest’ata pure[17]. La tassa sulle separazioni coniugali è stata introdotta con la manovra correttiva dei conti pubblici: bisogna pagare un contributo unificato quando si presenta la domanda di separazione. Balzello dai 37 agli 85 euro, in base al tipo di procedura scelta, con- sensuale o giudiziale. Ovviamente le spese legali sono a parte; in tal modo la separazione dei coniugi viene equiparata alle al- tre cause civili, abbattendosi ancora una volta sui ceti più deboli della società. E su questo flagello, io non avevo dubbi, avot’[18] e gira, ‘o cetrul’ va a fernì sempe ‘o stess’ posto, mai una volta ca rumpess’ i sederi onorevoli incollati eternamente alle poltrone del parlamento. Infatti nella maggior parte dei casi le separazioni interessano famiglie a basso reddito, di gente povera che si trova ‘o matrimonio mal riuscito pè mman’ e che oltre a ritrovarsi con il cocomero bianco in frantumi, si vede anche costretta a pagare per espletare la parte burocratica del procedimento.
Balzello previsto anche per chi desidera che sui propri documenti torni ad esserci la scritta celibe: bisogna sborsare altri 37 euro. In questo modo il governo pareggia il bilancio dello Stato.
Io proprio nunn saccio si sò strunz’ io oppure è strunz’ ‘o guverno ‘a penza cierti ccose; sono cose dell’altro mondo, no, sò cose di razza italiana e basta. Diciamo entrambe per concorso di stronzaggine e così finisce la disputa. Ma ad ogni modo resto cò curriv’[19] perché la nuova norma, elimina uno dei pochi procedi- menti che fino ad ora si potevano effettuare in tribunale senza pagare niente. Gettito previsto nelle casse statali: 10 milioni di euro circa, visto che, secondo le ultime stime, ogni anno ci sono in Italia oltre 100 mila separazioni e più di 60 mila casi di divorzio. Voglio pure sforzarmi a capire che bisogna fare cassa ma speculare sulle famiglie anche quando queste si stanno sgretolando, sembra una iniqua cessi- tudine. Le disposizioni che obbligano i coniugi in corso di separazione al paga- mento di una tassa è contenuto nel comma 6 dell’Art. 37 del Decreto sviluppo 2011 (Disposizioni per l’efficienza del sistema giudiziario e la celere definizione delle controversie). Don Rafilù vi sembra forse un segno di saggezza la motivazione che giustifica la solita mappineria della prole roditrice? A me no, proprio no. Ad ogni modo per le coppie che decidono di ricorrere alla separazione simulata per risparmiare qualche soldo, è ancora conveniente pur dovendo sobbarcasi la spesa del contributo unificato. Coppie volete separarvi? Facit’ vuje e che Dio va mann’ bona.
Azz’ don Nicò, quando appicciati ‘a pippa[20], ve la fate lunga la chiacchie- rata, siete stato bravo nell’esporre con molta lucidità il marchingegno fetente come una carogna putrefatta e sono del vostro parere, ve l’appoggio, con ragione veduta e che perciò mi ritengo contrario a questi balzelli, comme se chiammano, ti fanno sulamente ‘ngazzà, una stizza che te fa saglì a pressione a duecento. E che vuò fa? Ora, mò rat’ ‘o permesso ‘e dicere pur’ io quattro concetti che calzano a pennello con la conversazione in corso? Mi consentite? Benone, dunque volevo precisare che per buona fortuna della moderna società ancora esistono matrimoni che durano nel tempo, che si possono anzi che si devono additare come esempi ai giovani, molti dei quali, per buona sorte non tutti, sono convinti che l'unico modo di riparare un matrimonio vacillante sia la separazione e quindi il divorzio, col risultato definitivo di scassarlo del tutto senza la speranza di fare un passo indietro.
Allora io mi chiedo: i giovani conoscono, tanto per cominciare, il significato letterale della parola fedeltà? Oh anima, don Nicolì, avete sentito che parola m’è asciut’ dalla mente e anche dalla bocca? “Letterale”, mamma mia dò Carmine.
Nel vocabolario italiano si legge il significato della parola fedel- tà: costante rispondenza alla fiducia accordata da altri o a un impegno liberamente assunto. Rispondenza alla verità, alla realtà dei fatti, conformità all’originale. Si tratta di un mio “sì” per sempre, alla persona amata, all’impegno preso! Essere fedeli si-gnifica crescere insieme in questo dono reciproco che è iniziato quando ho detto “sì” e che si dispiegherà sempre di più col passare degli anni. Sicur’, nun se cresce da un minuto all’altro, ci vuole tempo per crescere, per costruire insieme pietra su pietra, si tratta di un progetto da realizzare insieme, con ragione e con fede. Fedeltà è poter dire all'altro: “qualunque cosa succeda io sarò con te, nei tuoi momenti felici e in quelli tristi”.
Don Rafè, che belle espressioni avete pronunciato con il cuore e con la mente, le avete dette belle lisce lisce, è così? Chest’ significa ca chell’ che avete detto vi è uscito ‘a rint’ all’anima senza sforzi mentali, bravo ‘on Rafè, condivido la sapienza dell’amore stagionato, ‘e ‘na certa età. ‘E sentimenti, quelli veri e sinceri, difficilmente cambiano, alcune volte si maniifestano con qualche ombra, ‘na macchia ‘e umidità che l’appannano, ma pò basta ‘na lucidata col panno morbido e brillano come prima.
Allora sarria bello che per anni e anni, tra i due coniugi non ci sarebbe mai un’appiccica contrastata, tutto sarrria sempre convergente senza nessuna opposizione. Che so io, nasce ‘na questione: “nossignore, se mammà vò venì un poco con noi, nun ha dda essere per necessità o per altre esigenze gravi.” “Ma perché no, lassela venì, io chest’ stavo pensann’, perché ‘a suocera nun se ne ven’ nu poco con noi, lei ne sarebbe molto felice”. Ess’, s’ha ddà verè se io sono felice…. Se la fedeltà è un cammino, una costruzione solida che deve durare nel tempo, devo imparare a rispettare quei segnali che mi aiutano a restare fedele e a camminare dritto. Quann’ vir’ ‘na bella guagliona pà strada, te piace, giovane fresca e provocante… uuuh, che llè facess’! In- vece no, ‘e sfizi sono una grave trasgressione al patto di fedelà sancito davanti a Dio. Dico bene ‘on Rafè?
Don Nicolì state parlando comm’ ‘e n’omm’ positivo, senza macchia e senza il bisogno del detersivo. Sempre lindo e pinto.
Ll’omm’ sposato quando si vuole ciaciare, si ciacea con la moglie, questo è. E quando non ci sono i vezzeggiamenti sale e pepe, conditi a puntino, ci devono essere le attenzioni, le premure piene di dolcezza e di cannella odorosa.
Mai trascurare la moglie, sarebbero guai. L'indifferenza verso il coniuge poco per volta uccide la fedeltà, non avere del tempo da dedicargli, mettere avanti ad ogni cosa la propria carriera, la realizzazione personale, le attività sportive, gli amici... “Sono libero e voglio conservare la mia libertà, voglio fà chell’ ca me pare e piace”,... E’ completamente sbagliato, poco per volta la comunicazione si disin- tegra, ‘e batterie s’accummenciano a scaricà, si vive per se stesso invece di vivere per l'altro e a questo punto, insoddisfatti e messi davanti alle molteplici tentazioni, si è propensi a rimuovere la fedeltà promessa.
Questo vale non solo nel matrimonio, ma anche per qualsiasi al- tro rapporto sociale.
Per buona fortuna, il mio matrimonio dura nel tempo e oggi in fede dichiaro di avere raggiunto i primi 46 anni di matrimonio, e aggiungo sei anni di fidanzamento, senza porre limiti alla provvidenza divina.
Don Rafilù vuje nun potete immaginà quanto fui entusiasta, felice come non mai, il giorno in cui tutti noi, tutt’ ‘a famiglia per intera celebrò solennemente le nozze d'oro dei miei genitori, 50 anni di matrimonio vissuti nella buona e nella cattiva sorte, attraversando anche i perigli di una guerra mondiale, qualunque cosa sia accaduto, sono stati sempre presenti l'uno per l'altro, nei momenti felici e nei momenti tristi.
Oggi le infedeltà si sprecano ed i giovani ne fanno uso quoti- diano, nun veren’ ll’ora ‘e mettere ‘e corn’ a chiunque capita, l'hanno elevata a regola di vita. La fedeltà per essi non è più un valore, piuttosto lo è l'infedeltà. Spesso e volentieri, per stupirvi dico “sovente”, mi chiedo quali sono le procedure che si posso- no applicare per alimentare e far crescere nei giovani e nei gio- vanissimi la virtù della fedeltà. Don Rafè voi mi potreste suggerire qualcosa? Io non riesco a penzà a niente, sono sprovvisto di buoni consigli. Oddio, io potrei suggerire ai giovani un consiglio soltanto: ammirate quei matrimoni nei secoli fedeli, me veness’ a voglia ‘e dicere, indistruttibilii, e a riflettere la bellezza di una vita vissuta con la propria sposa diventando con lei una sola carne.
Don Nicò non dimentichiamo che ‘a scola serale abbiamo trattato l’argo- mento del matrimonio quann’ ‘a maestra parlò del Concilio Vaticano II, ricordate? Gaudium et spes. Il Concilio affrontò alcuni problemi della società contemporanea incominciando proprio dal matrimonio e dalla famiglia. La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con la felice situazione della comunità coniugale e familiare. Ma subito dopo afferma che non dappertutto la dignità di questa istituzione brilla con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal libero amore e da altre deformazioni. Don Nicò io nun me pozz’ sbaglià pecchè sto leggenn’ ‘e parole precise del Concilio, ecco qua, verit’, è tutto preciso e regolare, l’ho già detto prima, nun mi posso sbagliare. Anche la Bibbia offre una pagina teologica altissima del matrimonio e della famiglia ma fa notare che questo ideale non sempre si è realizzato. Così in essa coesistono l’ideale monogamia con un valido do messaggio teologico e la realtà che nell’antico testamento soprattutto è piuttosto deludente. Subito dopo averci descritto il quadro ideale del matrimonio, la Genesi parla dell’omicidio di Abele da parte di Caino: il fratello uccide il fratello. Il figlio di Caino, Lamech, viola per primo la legge della monogamia prendendo due mogli. Però a differenza di Lamech e dei cosiddetti figli di Dio che si danno senza ritegno alle intem- peranze sessuali, Noè e monogamo e ha tre figli. Proprio per la sua bontà e retti- tudine Dio, giudice giusto lo salva dal diluvio con tutta la sua famiglia, alla quale, come germe e simbolo della nuova umanità, rinnova la benedizione accordata alla prima coppia umana: Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: "Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra". Con Abramo inizia una catena diretta di famiglie, che passa attraverso Davide, per sfociare nella famiglia di Nazaret. La Genesi presenta una spina dorsale composta da tre famiglie: quelle di Abramo, Isacco e Giacobbe. Sot- tolinea chiaramente, poi, situazioni matrimoniali che escono dai confini della monogamia, riprovevoli e avviziate ma accanto a queste ci sono delle famiglie che vivono il matrimonio in manie- ra esemplare, con tutte le ricchezze d’amore, di fedeltà, di fecondità e di educazione dei figli secondo il progetto originario di Dio. Don Nicolì pensate alla famiglia di Rut e al matrimonio di Tobia però nun strambalate il discorso e nun dicite che ‘a famiglia ‘e Rut era ‘na famiglia di corpi sazi e che per conseguenza faceven’ ‘e ruttt’. Niente di tutto questo, niente affatto. Particolarmente significativa è la preghiera che Tobia e Sara innalzano al Signore all’inizio della loro vita coniugale: Tu (Dio) hai creato Adamo e hai creato Eva perché gi fosse di aiuto e di so- stegno. Da loro nacque tutto il genere umano... Ora, non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia. Questo sta a dire che nono- stante le molte ombre derivanti dal circostante ambiente culturale sul mondo ebraico l’ideale del matrimonio monogamico vissuto nell’amore e nella gioia dei figli, veniva sentito normalmente e praticato anche in Israele. ‘On Nicolì posso andare avanti ancora un poco o vi siete stancato? Io vuless’ sul’ com- pletare il discorso pè fà capì che il matrimonio indissolubile ovvero la monogamia è la forma più divina dell’unione fra uomo e donna. Nella letteratura di antica origine, detta sapienzale, don Nicò facitavell’ spiegà dalla maestra quann’ jamm’ a scuola la prossima volta, glielo chiedo pure io pecchè nun me ricordo ‘e che si tratta, c’è un libro dedicato all’amore umano nel momento dò desiderio ca va a fernì dritto dritto al matrimonio: il Cantico dei Cantici. Questo poema nu poco piccirill’ è tutto un dialogo d’amore tra l’uomo e la donna che si cercano recipro- camente con gioia e trepidazione: si tratta contemporaeamente dell’esal- tazione dell’amore umano e dell’amore di Dio per l’uomo. E proprio per questo l’amore deve essere duraturo, come si esprime la sposa con immagini ardite: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio perché l’amore è forte come la morte, tenace come gli inferi è la passione; le sue vampe sono come fiamme di fuoco, ccome la fiamma di Dio. Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo.
Nulla può estinguere l’amore autentico che è un messaggio profondo in cui si fondono l’esperienza umana e il messaggio profetico che ha preso tale esperienza come simbolo dell’amore indefettibile di Dio verso l’intera umanità.
Don Rafè dico soltanto un’ulima cosa visto che entrambi ci siamo messi di buona intenzione per spiegare che il matrimonio è una cosa seria, nun è ‘na pagliacciata che l’uomo crea e distrtugge comme vò iss’.. Chi non lo sapesse, l’ha dda sapè che il matrimonio fu istituito per volere di Dio. Dunque Dio creò l’uomo e la donna, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra… Don Rafilù voglio mettere in evidenza due cose. La prima. L’uomo è immagine di Dio, non solamente l’uomo o solamente la femmina, entrambi sono immagine di Dio. Né il maschio e né la femmina presi isolatamente sono immagine di Dio. L’unione dei sessi diversi già apre al dono divino, all’amore, alla fecondità, riproducendo in tal modo l’immagine di Dio che è essenzialmente amore che dona. La seconda. Il comando di generare: siate fecondi e moltiplicatevi. La sessualità ha la funziione di trasmettere la vita, nun è ‘na cosa ‘e niente da prendere sottogamba, è ‘na cosa importante da prendere tra le gambe, è un compito molto importante che ha bisogno della benediziione di Dio.
Don Nicolì una precisazione, dunque, nel disegno originario di Dio emer- gono, come direbbe la maestra, due componenti, affetto e procreazione. L’equilibrio tra i due segna per sempre il matrimonio. Io e voi, per quanto riguarda il matrimonio abbiamo detto tutto quello che abbiamo imparato non solo a scuola o dalla religione cattolica in cui abbiamo fede ma soprattutto dalla nostra esprienza quotidiana. Dico ai giovani, con la voce di umile pensionato di essere assennati offrendo agli altri degli esempi di buona capa- cità a vivere civilmente, esortarli a esercitare la dignità con purezza di dot- trina e con linguaggio sano e irreprensibile. Voglio concludere: se è vero che la società è di norma lo specchio della famiglia, l’insegnamento di Cristo offre l’opportunità di poterla rifondare e correggere dandole quel respiro di un amore totalmente gratuito e disinteressato che può rendere più umana e più cristiana la società in cui viviamo. Don Nicolì io dicess’ di andarcene a casa, a ora ‘e pranzo teng’ pure nu pucurill’ ‘e famm’, chissà mia moglie che me fa truvà ‘e buon’, oggi mangerei volentieri ‘e fasul’ russ’ con le scarole, un piatto che a Napule mangiamo spesso e che gli dei non conoscono, che ciuc- ci culinari sono.
Don Rafè mia moglie oggi mi ha preparato un pranzo che di solito si mangia durante le feste di Natale, lenticchie col cotechino, baccalà fritto con contorno di friasielli e frutta di stagione, ‘o bicchiere ‘e vino rosso di produzione campana, e per finire, una spremuta di limone con acqua minerale di Telese e un cucchiaino di bicarbonato. Don Rafè a domani se Dio vuole.
Don Nicolì a domani, buon pranzo a voi.
Don Nicolì una precisazione, dunque, nel disegno originario di Dio emer- gono, come direbbe la maestra, due componenti, affetto e procreazione. L’equilibrio tra i due segna per sempre il matrimonio. Io e voi, per quanto riguarda il matrimonio abbiamo detto tutto quello che abbiamo imparato non solo a scuola o dalla religione cattolica in cui abbiamo fede ma soprattutto dalla nostra esprienza quotidiana. Dico ai giovani, con la voce di umile pensionato di essere assennati offrendo agli altri degli esempi di buona capa- cità a vivere civilmente, esortarli a esercitare la dignità con purezza di dot- trina e con linguaggio sano e irreprensibile. Voglio concludere: se è vero che la società è di norma lo specchio della famiglia, l’insegnamento di Cristo offre l’opportunità di poterla rifondare e correggere dandole quel respiro di un amore totalmente gratuito e disinteressato che può rendere più umana e più cristiana la società in cui viviamo. Don Nicolì io dicess’ di andarcene a casa, a ora ‘e pranzo teng’ pure nu pucurill’ ‘e famm’, chissà mia moglie che me fa truvà ‘e buon’, oggi mangerei volentieri ‘e fasul’ russ’ con le scarole, un piatto che a Napule mangiamo spesso e che gli dei non conoscono, che ciuc- ci culinari sono.
Don Rafè mia moglie oggi mi ha preparato un pranzo che di solito si mangia durante le feste di Natale, lenticchie col cotechino, baccalà fritto con contorno di friasielli e frutta di stagione, ‘o bicchiere ‘e vino rosso di produzione campana, e per finire, una spremuta di limone con acqua minerale di Telese e un cucchiaino di bicarbonato. Don Rafè a domani se Dio vuole.
Don Nicolì a domani, buon pranzo a voi.
Tessian
Nella foto accanto, Antonio Esposito Tessiopo con la moglie Lina Russo, al 38.mo anno di matrimonio.
